Tutti i pasticci sul Superbonus 110% che ci nascondono i nostri politici

Tutti i pasticci sul Superbonus 110% che ci nascondono i nostri politici

Alla scoperta di tutti i pasticci sul Superbonus 110% che ci nascondono i nostri politici e dei motivi per cui le banche non acquistano più il credito d’imposta

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Oramai più di due anni fa, faceva l’ingresso nella normativa Italiana il DL Rilancio e con esso il Superbonus 110%. La ratio con cui è stata approvata questa legge era quella di sostenere il comparto edilizio, fra i settori più colpiti dall’emergenza pandemica che ha imposto lo stop ai cantieri aggravandone ulteriormente la crisi.

La misura approvata dal governo Conte avrebbe dovuto dare lavoro a migliaia di imprese con lo Stato e le banche, a fare da garante per quanto riguarda i conti. Inoltre, con questa misura si cercava anche di compiere un passo deciso verso la transizione ecologica visti gli accordi internazionali sottoscritti dai nostri politici.

Oggi, due anni dopo l’approvazione della misura, possiamo affermare con certezza che l’obiettivo di rilanciare il settore dell’edilizia è stato raggiunto. Le ultime stime infatti mostrano un valore economico generato pari a 124,8 miliardi di euro (di cui 56,1 mld per effetto diretto, 25,3 mld per effetto indiretto e un indotto di 43,4 mld). Un obiettivo centrato in pieno che ha spinto anche l’ormai quasi ex premier a confermare il bonus stanziando altre risorse oltre quelle già messe a bilancio.

Tuttavia è stato proprio l’ex capo della Bce che ha rimarcato come molte cose non stiano procedendo nel modo sperato. Una situazione che sta esponendo le finanze pubbliche e private a dei rischi davvero molto pericolosi. Rischi che probabilmente non erano stati presi in considerazione al momento della stesura del provvedimento e che hanno posto le basi dei pasticci sul Superbonus che si sono susseguiti in questi mesi.

I pasticci sul Superbonus 110% che i politici cercano di nascondere, soprattutto adesso che siamo vicini alle elezioni, riguardano soprattutto il meccanismo della cessione del credito. Pasticci che hanno portato oggi ad un massiccio blocco dei cantieri superbonus di cui parliamo meglio qui e ad un concreto rischio di fallimento per migliaia di imprese edili.

Proviamo a fare il punto su questi pasticci sul Superbonus in questo approfondimento.

Le conseguenze dei pasticci sul Superbonus dei nostri politici

Se migliaia di imprese sono a rischio di fallimento e sono tantissimi i cantieri bloccati, il merito è dei pasticci combinati dai nostri politici sul Superbonus.

Come abbiamo appena visto, la norma in sé aveva quindi tutte le carte in regola per essere salutata come una misura fondamentale per il rilancio del settore edilizio e dell’efficientamento energetico. Con il superbonus lo stato ha generato un valore economico di 124 miliardi di euro con un beneficio per le casse statali di 4.219 milioni di euro, pari al 30% dell’extragettito.

In realtà, con la complicità dei nostri politici, il Superbonus ha finito per produrre delle storture difficilmente raddrizzabili. In particolare, a preoccupare, è il nodo legato alla cessione del credito di cui parleremo più avanti. Una possibilità quest’ultima dapprima accolta con entusiasmo ma che si è rivelata, dopo i moltissimi cambiamenti della normativa, ergo i moltissimi pasticci sul superbonus dei nostri politici, una zavorra da cui è quasi impossibile liberarsi. A farne le spese, oltre alle casse dello Stato, potrebbero essere anche le finanze di milioni di cittadini e migliaia di imprese che in questi mesi hanno deciso di usufruire della maxi-detrazione.

Ma come si è arrivati a questa situazione? Quali sono i pasticci sul superbonus che hanno combinato i nostri politici?

Come funzionano lo sconto in fattura e la cessione del credito?

Prima di procedere oltre, ci teniamo a spiegare nuovamente il funzionamento dei meccanismi dello sconto in fattura e della cessione del credito. Se infatti la misura ha riscosso un successo così straordinario, molto del merito è anche di questi due meccanismi particolarmente vantaggiosi per il committente.

Costui infatti può cedere all’impresa esecutrice dei lavori il credito d’imposta maturato beneficiando della detrazione. In cambio, l’impresa esecutrice dei lavori, applicherà uno sconto in fattura di pari importo. L’impresa in questione quindi, ottenendo questo credito d’imposta può realizzare un guadagno superiore a quello che avrebbe ottenuto normalmente. Il credito che otterrebbe ammonta infatti al 110% della spesa sostenuta.

Tuttavia la realtà dei fatti non è così semplice come sembra. Per realizzare i lavori previsti, le imprese devono anticipare di tasca loro alcune spese come quelle per l’acquisto dei materiali. Il credito d’imposta loro riconosciuto è erogato solo dopo la fine dei lavori o quanto meno dopo il raggiungimento di determinati SAL (Stati Avanzamento Lavori).

Per rientrare di queste spese che hanno anticipato c’è solo una strada: cedere il credito d’imposta a banche o istituti di credito in cambio di liquidità. Un meccanismo che almeno fino ad un certo momento, ha funzionato alla perfezione, visto che le imprese potevano rientrare subito (di solito entro un mese o due) della somma anticipata ma che poi si è incartato come avremo modo di approfondire tra poco.

I pasticci sulla cessione del credito dei politici italiani

Originariamente, il meccanismo della cessione del credito non conosceva limiti. Il credito poteva essere ceduto un numero illimitato di volte e senza responsabilità per coloro che acquisivano questi crediti ma solo per i beneficiari della detrazione o gli asseveratori.

La cessione illimitata dei crediti stava iniziando a creare un mercato dei crediti d’imposta che permetteva a chiunque di liquidare in breve tempo i crediti posseduti senza rischi per gli acquirenti. Le imprese riuscivano così a rientrare quasi subito delle somme anticipate per lo svolgimento dei cantieri e non erano costrette a richiedere altro credito, indebitandosi, per proseguire oltre.

Questo meccanismo ha subìto poi diversi cambiamenti che si sono susseguiti tra ottobre 2021 e marzo 2022. Da un numero illimitato di cessioni, si è passati ad una soltanto, per poi tornare indietro e prevederne 2 e poi 3 (DL 13/2022) ed in alcuni casi 4 (ne parliamo qui). Ad ogni cambiamento della normativa, ovvero praticamente ogni mese, ci sono stati dei blocchi e dei ritardi nella liquidazione di questi crediti. Blocchi e ritardi che hanno costretto le imprese esecutrici dei lavori, in mancanza di altra liquidità, a bloccare i lavori o ad indebitarsi per portare avanti i loro cantieri.

Il DL 13/2022 non si limita a sconvolgere ancora una volta il meccanismo della cessione del credito. Il vero pasticcio dei politici italiani è l’introduzione, per le banche, della responsabilità solidale. Il meccanismo, di cui parleremo meglio più avanti, prevede che anche le banche possano essere ritenute responsabili dell’acquisto di crediti fiscali derivanti da frode, pertanto le banche sono tenute a controllare l’effettiva bontà di questi crediti. Ciò ha quindi generato ulteriori ritardi che si sono aggiunti a quelli generati a sua volta dall’approvazione del Decreto Antifrodi.

Esamineremo i pasticci sul Superbonus dei nostri politici qui di seguito uno per uno.

il DL Anti-frodi

Per cercare di limitare i tentativi di frode sulla cessione del credito derivato dal Superbonus i politici hanno introdotto il DL Anti Frodi (di cui parliamo qui). Come avrai già intuito questo si è rivelato un enorme pasticcio sul Superbonus dei nostri politici.

Prima di proseguire oltre infatti vogliamo sottolineare i dati riguardanti le frodi perpetrate ai tentativi dello stato tramite i crediti d’imposta “fasulli” o non conformi. Il ministro dell’Economia, Daniele Franco citando i dati forniti dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, aveva chiarito infatti che al 110 è imputabile soltanto un piccola parte delle truffe, il 3%. Tutt’altro caso invece per quanto riguarda il bonus facciate al quale sono invece imputate il 46% del totale delle frodi.

D’altronde il DL Antifrodi sostanzialmente ha avuto l’effetto di allargare l’obbligo del visto di conformità a tutti le altre detrazioni fiscali per i lavori edilizi. A tutte le altre detrazioni, perché tale obbligo era già previsto dalla normativa del Superbonus, motivo per cui le frodi che interessano i crediti d’imposta della maxi-detrazione sono cosi poche.

La norma ha anche previsto nuovi poteri previsti per l’Agenzia del Fisco. Essa può sospendere fino a 30 giorni l’efficacia delle comunicazioni su cessioni del credito o su sconti in fattura se queste provengono da profili a rischio elevato. In questo modo l’Agenzia può ritagliarsi una finestra temporale per effettuare dei controlli preventivi sulle domande di cessione del credito ed evitare possibili frodi sul fisco italiano. Ulteriore tempo che va ad aggiungersi ai ritardi già verificatosi.

Considerato che le frodi sul Superbonus ammontano a solo al 3% del totale viene da chiedersi una cosa, la seguente. C’era davvero bisogno che questa normativa affliggesse il già complesso meccanismo della maxi-detrazione del 110 andando a complicare e rallentare ulteriormente le cose? 

La risposta non può che essere negativa. Il DL Antifrode è una legge che complica in modo sbagliato una norma che invece andava semplificata e snellita. L’effetto è stato quello di rallentare ulteriormente un meccanismo che permetteva alle imprese di lavorare serenamente . Un tassello fondamentale quest’ultimo che invece è stato messo a dura prova dall’entrata in vigore della norma. Insomma, un altro dei pasticci sul Superbonus dei nostri politici.

La cessione del credito alle banche

Se hai letto fino a questo punto avrai capito che il ruolo delle banche è fondamentale per il buon funzionamento del Superbonus 110%. Le imprese che anticipano le spese per lo svolgimento dei cantieri, se vogliono rientrare di queste spese hanno solo una strada: cedere il credito d’imposta a banche o istituti di credito in cambio di liquidità.

Ma le banche e gli istituti di credito sono disposte ad acquistare questi crediti?

Rispondere a questa domanda è di fondamentale importanza visto che le imprese, senza ottenere liquidità, non possono portare a avanti i cantieri. Anzi, molte imprese, vista l’impossibilità di liquidare i loro crediti d’imposta, hanno dovuto indebitarsi senza alcuna garanzia. Ecco perché in ultima analisi rischiano di fallire.

E’ evidente come banche ed istituti di credito, prima di acquistare il credito d’imposta, debbano trovare il giusto incentivo. Ciò è rappresentato dal guadagno che realizzano su quel 10% in più di aliquota fiscale. In sostanza, le banche acquistano crediti fiscali ad una cifra inferiore al loro reale valore realizzando un guadagno.

In un primo momento le banche hanno quindi acquistato molti di questi crediti, però poi in un secondo momento hanno praticamente smesso di farlo. Con il DL 13/2022 è stata infatti introdotta quella che viene definita come responsabilità in solido delle banche. In sostanza le banche sono obbligate ad effettuare dei controlli sui crediti che acquistano per verificarne la loro conformità. Qualora questi crediti non rispettino i requisiti, le banche potrebbero vedersi sequestrare le somme contenute nei loro cassetti fiscali.

Ciò ha quindi voluto significare ulteriori ritardi nella liquidazione di questi crediti oltre a generare dubbi in merito, come approfondiremo tra poco. Anche in questo caso quindi siamo di fronte ad un altro dei pasticci sul Superbonus.

La responsabilità in solido ed i dubbi delle banche

Visti tutti i pasticci sul Superbonus che sono stati commessi, oggi le banche chiedono e meritano più garanzie. Se le banche non acquistano più i crediti quindi non è tanto quindi un fatto di capienza fiscale massima raggiunta, quanto piuttosto un fatto di sicurezza.

I timori delle banche sono più che giustificati dall’ultima circolare dell’Agenzia delle Entrate, emanata in data 23 giugno. In questa circolare si fa riferimento alla loro responsabilità solidale, introdotta con il DL 13/2022. Tramite la stessa circolare viene richiesta alle banche un’elevata diligenza professionale per evitare di essere considerate responsabili in solido di eventuali illeciti. Il rischio è quello che le banche possano vedersi sequestrare le somme nei cassetti fiscali.

Il primo effetto di questa circolare è di fatto quello di subappaltare alle banche la maggior parte dei controlli sui credito d’imposta. Come potrete immaginare, fare ciò richiede un enorme quantità di tempo. Tempo che le imprese devono aspettare e che va ad aggiungersi ai ritardi di cui abbiamo parlato in precedenza. Ritardi che però sono delle Spade di Damocle sulla testa di imprese ed imprenditori che sono costretti o a fermare i lavori per mancanza di liquidità o ad indebitarsi ulteriormente con il rischio di fallire.

Ma i pasticci sul superbonus e sulla responsabilità solidale in questo caso dei nostri politici non finiscono qui.

Nel testo della circolare vengono individuate le casistiche per cui le banche devono esercitare la massima vigilanza. Alcuni di queste lasciano ampi margini di incertezza interpretativa. Soffermiamoci ad esempio sul criterio della incoerenza patrimoniale tra il valore dei lavori e la situazione reddituale e patrimoniale dei beneficiari. In parole povere le banche, ogni volta che acquistano un credito d’imposta, devono verificare che i crediti d’imposta detenuti da un’impresa siano adeguati al volume d’affari della stessa.

Ma come fanno a definire questa adeguatezza?

La realtà dei fatti è che non esistono linee guida specifiche in merito. Ogni banca può quindi definire da sola i criteri secondo cui operare. Il rischio è che un domani l’Agenzia delle Entrate possa giudicare questi criteri sbagliati e sequestrare loro le somme nei cassetti fiscali. Quello che è emerso è quindi l’ennesimo dei pasticci sul Superbonus 110%.

Le conseguenze dei pasticci dei politici italiani sul superbonus

La conseguenze più visibili di questi pasticci dei politici italiani sul superbonus è l’allargarsi a macchia d’olio del numero di cantieri bloccati ed il rischio di fallimento concreto per migliaia di imprese.

Parte di questi motivi sono è senza dubbio da ricercarsi nell’alto numero di richieste di materiali da costruzione o macchine per l’efficientamento energetico. Richieste che i produttori non sono in grado di soddisfare generando ulteriori ritardi.

Tuttavia il problema principale è un altro e riguarda proprio il meccanismo della cessione del credito.

Le banche non si sentono tutelate nell’acquisto di questi crediti, per i motivi che abbiamo appena analizzato, quindi non procedono oltre. Questo significa che le imprese che si sono fatte carico dell’anticipo economico da sborsare per dare il via ai cantieri non sanno quando possono far rientrare nelle loro casse questi soldi.  E finché le imprese non liquidano i propri crediti, non possono pagare i materiali ed i lavoratori e quindi bloccano i cantieri. Non solo, senza queste risorse, le imprese non possono saldare i debiti che hanno dovuto contrarre per lavorare. L’incertezza sui tempi di riscossione di queste risorse, ovvero sullo smobilizzo dei crediti d’imposta rischia di portare al fallimento queste imprese.

Il paradosso del Superbonus

A ben vedere quindi, i pasticci sul superbonus dei nostri politici hanno generato una situazione paradossale per almeno tre motivi:

  1. Anziché generare profitti grazie ai lavori del Superbonus ed uscire dalla crisi, le imprese edili hanno dovuto indebitarsi sempre di più rispetto a prima. La loro situazione è quindi peggiorata rispetto a prima;
  2. Molte delle imprese indebitate sono ricorse in maniera massiccia agli strumenti di garanzia offerti dallo stato gravando ulteriormente sulle casse italiane. Alla fine dei conti quindi, il tentativo dei nostri politici di far fare alla banche il ruolo da garante per la cessione del credito, si sta rivelando un pericoloso boomerang;
  3. A trarre vantaggio da questa situazione sono solo le banche anziché le imprese edili. Questo per almeno tre motivi. In primo luogo perché le banche hanno alzato i tassi d’interesse sui mutui concessi alle imprese per sostenere i costi dei cantieri. In secondo luogo perché con questa enorme necessità di liquidare il credito, le banche possono acquistarlo a cifre inferiori, anche della metà in alcuni casi, rispetto a prima. In terzo luogo perché non acquistando più i crediti d’imposta per i motivi che abbiamo analizzato in precedenza non si espongono a rischi.

Insomma, i nostri politici, seppur animati da buone intenzioni, non hanno saputo approfittarne per redigere una norma completa di portata “storica”. L’amara verità è che fin dall’approvazione del DL Rilancio, quasi tutti gli interventi migliorativi della norma, si sono rivelati dei pericolosi pasticci sul Superbonus.

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